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Millie è alla disperata ricerca di un lavoro e di un alloggio che le permetta di usufruire della libertà condizionata. L'offerta di fare la governante presso la ricca famiglia Winchester le appare come un miraggio, e quando Nina Winchester la assume per badare alla sua casa e alla figlia Cecelia, Milllie pensa di avere svoltato. Ma è l'inizio di un incubo, perché Nina sembra davvero posseduta: la maltratta, la accusa ingiustamente, le affida compiti impossibili. E anche Cecelia si comporta verso di lei in modo inspiegabilmente ostile. Meno male che dalla sua parte c'è Andrew, il marito di Nina e padre putativo di Cecelia, uomo bellissimo e infinitamente paziente, l'unico che sembra essere in grado di rimettere in riga sua moglie. Ma non tutto è come sembra, così come non è tutto oro quello che luccica.
Non si può aggiungere molto altro sulla trama di Una di famiglia, basato sul best seller omonimo di Freida McFadden, senza rovinare le tante sorprese che si susseguiranno nel corso della narrazione.
Il regista Paul Feig mette a frutto la sua esperienza nel raccontare il mondo femminile usando l'ironia sul filo del grottesco, come ha fatto in Le amiche della sposa, e la suspence, come nei suoi Un piccolo favore e Un altro piccolo favore, per creare una storia di alleanze e tradimenti, giocando tanto con gli stereotipi di genere quanto come i generi cinematografici - il thriller, l'horror, la farsa, il romance, la commedia, il revenge movie - con un certo cinismo e una buona dose di astuzia commerciale.
Feig evoca spesso anche il tema del doppio, è non è un caso che le due attrici protagoniste di Una di famiglia, ovvero Amanda Seyfried nei panni di Nina e Sidney Sweeney in quelli di Millie, si assomiglino fisicamente. E Feig cavalca senza esitazioni (da una prospettiva maschile) il tema dell'affermazione e della vendetta al femminile, come molti altri film di questi ultimi anni. Ma commette in parte lo stesso errore di Una donna promettente, ovvero quello di creare, a supporto di una sua chiave di lettura "femminista", personaggi poco coerenti dal punto di vista drammaturgico. È il caso di Millie, che ci viene raccontata in modo quasi schizofrenico, sfruttando l'ambiguità recitativa di Sweeney, ma senza troppo riguardo per la costruzione e lo sviluppo narrativo del personaggio.
Soprattutto quando si tratta di temi attuali e delicati che riguardano il femminile, il trasportarli sul piano del fantasy rischia di essere in qualche modo irrispettoso della loro dolorosa realtà. Se da un lato Una di famiglia, nella sua dimensione camp, è intenzionalmente paradossale e sopra le righe, come potrebbe esserlo una commedia coreana, e ci fa salire su un ottovolante drammaturgico, dall'altro fa leva su premesse lunari ed evoluzioni drammaturgiche che sembrano in qualche modo minimizzare la gravità di certe situazioni domestiche e certi rapporti relazionali.
Da spettatori, ci si diverte? Sì, come sulle montagne russe, ma al prezzo di una enorme sospensione della credibilità e di una continua contraddizione nella natura, almeno per come ci è stata presentata drammaturgicamente, di almeno uno dei personaggi in scena: il che è diverso dall'essere una rivelazione narrativa, come si conviene a un thriller. Inoltre c'è un disturbante sottotesto che mette comunque due donne di pari mancanza di scrupoli l'una contro l'altra, come nella saga di Un piccolo favore, in modo non facilmente risolvibile con soluzioni narrative a posteriori (di nuovo, stiamo cercando di non fare spoiler).